i am random

Io guardo tutto, vedo troppo, cerco di sfoltire. Cerco di dimenticare le ripetizioni, di smontare le ossessioni. Non vedo mai niente di semplice, un bambino che gioca, un cane che corre, una mano che saluta. Guardo un atterraggio e vedo gli ultimi cinque minuti prima della tragedia. Guardo la pista e sento lo schianto dei freni all'impatto con l'asfalto. Guardo le mie mani e se ripenso alle immagini che non riesco a fermare mi viene di assecondare il tremito e far cascare la macchina fotografica.

Allo scorrere casuale di colori davanti agli occhi corrispondono saltuariamente agganci con gli altri sensi. La velocità di immissione dati è evocativa al punto da stordirmi. Paglia (crac) finocchietto (odore pungente e dolce) prati (affondare) sole (pizzicare). Sento ergo su, percepisco me davanti agli altri, e gli altri in assenza di me. Sento, spesso, un accumularsi di dati sulla realtà, che finiscono per schiacciarsi, comprimersi, indurirsi. E io, che ne sono il contenitore, anche.

Pochissimi pixel e moltissime informazioni. Volare è un sogno ricorrente, gli uccelli ossessivamente oggetto di invidia. Le traiettorie dei loro movimenti sono la resa tridimensionale della poesia, quella bella, senza rime, senza oscurità, quella sincera e duratura. Per realizzarne la bellezza è necessario allontanarsi. Da vicino il disegno perde lo spazio di cui aveva bisogno, e scompare.

Sembra uguale, ma solo a chi è disattento. Le piccole impercettibili differenze sono il trucco di un avanzamento. La tenacia mi ha abbandonato da tempo, le parole stantie che mi hanno sempre spinto a non cedere ai fallimenti ogni tanto riemergono dalla memoria, come se non fossero più estranee. Ma è così: ne sono anche io creatrice. Fino a quando non ti riesce. Arrendersi non è contemplato.

Tra un tentativo e un fallimento, sai cosa devi fare? Sai cosa devi fare. Ammetti che il punto interrogativo non è necessario, suvvia. È sempre così tutto metaforico nella tua testa? Non puoi dirne due, cristo, due di parole, ogni tanto, senza doverci girare intorno? Io mi zittisco. Mi devo zittire. Devo guardare le cose più grandi di me, e imparare la pazienza.

Ma non la pazienza dell'attesa. La pazienza del dolore, della concentrazione, della sincerità. Se fosse un esterno a tirarti fuori le parole, avresti pazienza. Con te stessa, non è possibile. La pazienza è anche premessa per la calma con cui affrontare tutto, non ti sembra? Quello che sembra buio inerte e privo di contenuto, poi, lentamente comincia a far intravedere delle forme.

E se anche, cara mia, a un certo punto ti dovesse sembrare di non riuscire più a vedere nulla, di non essere più in grado di scavare nel tuo abisso, ricorda che il nero non esiste. Sbatti a terra, se ti serve a darti l'energia per ripartire. Ma lo sai anche tu che il nero è solo assenza di colori. Sono altrove. Cercali.

Mentre risali, poi, o almeno cominci, fai quello che sai fare meglio: registra. Indica tutto quello che ti sembra degno di essere notato, appuntato, segnalato. Non pensare sia un gesto inutile. Ogni gesto fisico rafforza il seme puramente mentale di un pensiero. 

Non vedi che inizia sempre in un modo e poi si trasforma seguendo un iter preciso? Io guardo, poi sento, poi finisco per parlarti come se fossimo in due. Se vogliamo usarla come si deve, allora, questa invenzione, continuiamo pure. Io capovolgo lo sguardo, mi ergo a giudice delle tue azioni (no! smettila di credere alla parte di te che ti giudica!) e a istruttore per le tue reazioni. Mi segui?

Voglio tornare dall'altro lato. Ti posso anche dare retta, ma voglio sentire grado zero, non pensare grado uno. Sorgere dalle mie ceneri (non ho sempre fatto così?) e ritrovare l'origine, quella che per me ha un valore primario, l'unica cosa che sia capace di darmi motivo per esistere. - Qual è il centro del tuo universo? - Non so, direi l'amore. - Avrei giurato che avresti detto Me. Antoine, spiegaglielo tu.

Ciao, mio primo alter ego. Ti voglio raccontare di quella volta, la prima, che ho ascoltato la tua storia dal primo all'ultimo fotogramma. Sei stato il mio dolore gemello. No, basta, non ti voglio raccontare più niente. In mezzo agli alter ego non mi ricordo più cosa ero quando sono nata e come avevo pensato di star crescendo. Vorrei tanto poter incontrare la versione di me che a un certo punto ha fatto delle scelte giustamente egoiste e ha avuto più tempo a disposizione per conoscersi, capirsi, volersi bene. Ad ogni cedimento dell'amor proprio il mio spirito è crollato sempre più in basso. Ho bisogno di una visuale dall'alto per recuperare tutti i pezzi.

Se c'è rosa nell'aria, sarà caldo. Non so, me la sono inventata, mi è tornato in mente il titolo di un film che non ho visto che è Se è mercoledì deve essere il Belgio e ho pensato che i colori si trasformano in sensazioni diverse a seconda delle persone, mi chiedo da cosa dipenda. Se è rosa, io mi riscaldo. Giunta in alto dalla mia postazione di giudice, no, ho detto che non devo usare questa parola e non devo farmi vincere da questo concetto, posso osservare. E devo accettare di essere l'oggetto.

Io sono l'osservatore e l'osservato. Io sono il giudice e il giudicato. Io sono la vittima e il carnefice. Io sono il medico e il paziente. Io sono lo specchio e il riflesso. Io sono la voce e la parete. Io sola, sono, quella che sa e quella che non sa. Io voglio essere quella che si ritrova.

E se non vuoi tornare ai simboli... l'acqua torna a te. Attrazione folle e terrore ossessivo, l'acqua è tutto quel che sono, e per questo mi spaventa. La temo perché ho paura mi possa sovrastare, sottomettere, distruggere. L'acqua mi tenta come il pensiero della verità. Trasformare le mie resistenze in trasparenza è l'immersione definitiva.

Mi siedo, ora. Voglio sedermi ora. Ci vuole la scintilla, ci vuole la mia personale scusa (motivazione) per partire. Luna (sole), guarda un po' anche me. Smuovi le mie maree. Tirami fuori tutta l'acqua, anche se hai bisogno degli occhi per farlo, fammela vedere, fammela conoscere, fammi scoprire dove sono andata.